È inevitabile, la fiducia cala difronte alla
consapevolezza della certezza di non poter far a meno d’arrancare, difficile
sostenersi al vuoto, al balcone della disperazione non v’è ringhiera. Le
promesse di un futuro decisamente più lucente le hanno firmate le menti dei
pazzi, abbacinati dal luccichio brillante di un falso diamante, e noi ancora
dietro ad aggrapparci al niente come se fosse la sottana di nostra madre, un
gesto che ci rasserena ma non ci libera.
Per quale ragione posso ancora permettermi di sperare?
Fantasiosi son i miei timori, non mi abbandonano mai e trovano sempre un metodo
per ravvivare la fiamma del dolore. Quanti giorni impiegherò ancora a dissipare
questa sudicia minaccia? Un velo così denso da impastarmi il cuore come un
sudario. Un gelido e familiare tocco disperde i miei pensieri, si rifugiano
laddove non è possibile corrompere un ideale o infettare un sentimento ma
nemmeno vi sarà qualcuno pronto a carpirli; ho come la vaga sensazione di star
soffocando colla medesima coperta che un tempo sapeva scaldarmi.
Mi va di stare solo, ora e non sempre, non sento più
la necessità d’insorgere bensì desidererei, anche solo per un secondo, che
tutto si possa calmare, ch’ogni assordante brusio sparisse, vorrei poter calare
dietro l’orizzonte e scivolare nel “non qui” e “non adesso”.

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